Un vecchio forno in quarantena
Se state leggendo la mia storia, allora significa che sono riuscito a completarla prima di morire di fatica, di caldo e di acquolina in bocca. Proprio così, sono queste le insidie che devo fronteggiare da quasi due mesi a questa parte, e la colpa è solo sua... dell'umana. L'umana, ultimamente, è impazzita.
Ma lasciate che mi presenti: sono un bell'esemplare di forno ventilato Rex, modello forse un po' attempato ma pur sempre elegante, nero lucido, e abito tra il frigorifero e la cassettiera di una piccola cucina accogliente in una casa di quasi campagna. Vivo con l'umana - la mia principale datrice di lavoro - con la piccola peste, che spesso si diverte a girare le mie rotelle senza pietà, e con il silenzioso, che non mi degna mai né di uno sguardo né di una carezza. A lui non interesso, a quanto pare.
Come stavo dicendo, l'umana è impazzita. Abbiamo sempre avuto un rapporto di reciproco rispetto: lei mi chiedeva degli sforzi contenuti, mi accendeva solo di tanto in tanto nella stagione fredda, dopodiché mi lasciava in pace per gran parte dell'anno, ed io, in cambio di quella quiete, quando mi metteva in moto, cercavo di darle biscotti fragranti, ciambelle soffici e verdure gustose. Di tanto in tanto qualche pizza croccante, ma me le chiedeva di rado.
Tutto è cambiato circa due mesi fa, e il cambiamento ha coinciso con l'entrata in scena di un certo Covid o Coronavirus: l'umana e il silenzioso hanno cominciato a parlottare spesso, tra loro, di questo misterioso personaggio. Nel frattempo hanno iniziato a trascorrere molto più tempo a casa, li avevo sempre tra i piedi, e lei ha preso ad accendermi molto più spesso e pretendere ricette sempre più sofisticate.
Accendi, scalda, apri, inforna, chiudi, cuoci, sforna... Accendi, scalda, apri, inforna, chiudi, cuoci, sforna... Ogni giorno la stessa storia, anche più volte nel giro di 24 ore! Una fatica immane, a cui non ero abituato. Le mie giunture cigolano, la temperatura elevata mi ustiona, lo sforzo di scaldarmi e raffreddarmi mi sfinisce, il profumo che si crea nella mia pancia mi tenta oltre ogni limite ma tutte le volte, puntualmente, con l'acquolina in bocca, vengo lasciato a digiuno e si mangiano tutto loro.
Io li guardo, mentre mi spengo e torno lentamente a temperatura ambiente, e quelli divorano melanzane alla parmigiana e soufflé, torte dolci e salate, addirittura spumini e macarons, per non parlare di quando, la settimana scorsa, l'umana ha armeggiato per ore nel tentativo di fabbricare in casa una Colomba pasquale. Una Colomba, capite? Fino a qualche mese fa, venivo interpellato al massimo per scongelare dei bastoncini Findus e dorare qualche patata. Adesso sembra la fiera della panificazione. Sarà una quarantena, come ho sentito mormorare, ma non ho mai lavorato così sodo.
Eppure... Eppure, evidentemente, i miei creatori mi hanno dotato di un cuore tenero. L'altra sera li ho osservati, lei e il suo piccolo, che impastavano insieme, e devo ammettere che è stato strano. Bello, mi pare. Lui era impacciato, certo, con quelle mani cicciotte dalla pelle color dell'impasto; lei lo guidava un po', sceglieva parole garbate e lo guardava dritto negli occhi, come a insegnargli qualcosa di sacro. A volte ridevano. Volava farina, a piccole esplosioni come di soffioni in primavera. Lei - l'ho sentita - gli ha raccontato che quella ricetta veniva dal librone della nonna, una nonna che non c'è più. "La mia nonna?", ha chiesto il bambino, che mi sembrava meno pestifero del solito. "No amore, la mia nonna. Ne avevo anche io, sai, di nonne? Ma non ci sono più". "La mia c'è ancora", ha fatto lui, e lei glielo ha confermato facendo sì con la testa, accarezzandogli i capelli e sorridendo.
Dopo, però, quando tutti erano a dormire e solo l'umana, sveglia, controllava che io cuocessi bene il pane, ho visto come una nostalgia nei suoi occhi, illuminati dalla luce di un lampione che riusciva a intrufolarsi tra le tende.
Ho avuto il sospetto che il mio lavoro a pieno ritmo non serva tanto a placare una voglia di cose buone. Ho avuto il sospetto che sia una voglia di nonni, di cucinare e custodire segreti insieme a loro.
E.O.
Ma lasciate che mi presenti: sono un bell'esemplare di forno ventilato Rex, modello forse un po' attempato ma pur sempre elegante, nero lucido, e abito tra il frigorifero e la cassettiera di una piccola cucina accogliente in una casa di quasi campagna. Vivo con l'umana - la mia principale datrice di lavoro - con la piccola peste, che spesso si diverte a girare le mie rotelle senza pietà, e con il silenzioso, che non mi degna mai né di uno sguardo né di una carezza. A lui non interesso, a quanto pare.
Come stavo dicendo, l'umana è impazzita. Abbiamo sempre avuto un rapporto di reciproco rispetto: lei mi chiedeva degli sforzi contenuti, mi accendeva solo di tanto in tanto nella stagione fredda, dopodiché mi lasciava in pace per gran parte dell'anno, ed io, in cambio di quella quiete, quando mi metteva in moto, cercavo di darle biscotti fragranti, ciambelle soffici e verdure gustose. Di tanto in tanto qualche pizza croccante, ma me le chiedeva di rado.
Tutto è cambiato circa due mesi fa, e il cambiamento ha coinciso con l'entrata in scena di un certo Covid o Coronavirus: l'umana e il silenzioso hanno cominciato a parlottare spesso, tra loro, di questo misterioso personaggio. Nel frattempo hanno iniziato a trascorrere molto più tempo a casa, li avevo sempre tra i piedi, e lei ha preso ad accendermi molto più spesso e pretendere ricette sempre più sofisticate.
Accendi, scalda, apri, inforna, chiudi, cuoci, sforna... Accendi, scalda, apri, inforna, chiudi, cuoci, sforna... Ogni giorno la stessa storia, anche più volte nel giro di 24 ore! Una fatica immane, a cui non ero abituato. Le mie giunture cigolano, la temperatura elevata mi ustiona, lo sforzo di scaldarmi e raffreddarmi mi sfinisce, il profumo che si crea nella mia pancia mi tenta oltre ogni limite ma tutte le volte, puntualmente, con l'acquolina in bocca, vengo lasciato a digiuno e si mangiano tutto loro.
Io li guardo, mentre mi spengo e torno lentamente a temperatura ambiente, e quelli divorano melanzane alla parmigiana e soufflé, torte dolci e salate, addirittura spumini e macarons, per non parlare di quando, la settimana scorsa, l'umana ha armeggiato per ore nel tentativo di fabbricare in casa una Colomba pasquale. Una Colomba, capite? Fino a qualche mese fa, venivo interpellato al massimo per scongelare dei bastoncini Findus e dorare qualche patata. Adesso sembra la fiera della panificazione. Sarà una quarantena, come ho sentito mormorare, ma non ho mai lavorato così sodo.
Eppure... Eppure, evidentemente, i miei creatori mi hanno dotato di un cuore tenero. L'altra sera li ho osservati, lei e il suo piccolo, che impastavano insieme, e devo ammettere che è stato strano. Bello, mi pare. Lui era impacciato, certo, con quelle mani cicciotte dalla pelle color dell'impasto; lei lo guidava un po', sceglieva parole garbate e lo guardava dritto negli occhi, come a insegnargli qualcosa di sacro. A volte ridevano. Volava farina, a piccole esplosioni come di soffioni in primavera. Lei - l'ho sentita - gli ha raccontato che quella ricetta veniva dal librone della nonna, una nonna che non c'è più. "La mia nonna?", ha chiesto il bambino, che mi sembrava meno pestifero del solito. "No amore, la mia nonna. Ne avevo anche io, sai, di nonne? Ma non ci sono più". "La mia c'è ancora", ha fatto lui, e lei glielo ha confermato facendo sì con la testa, accarezzandogli i capelli e sorridendo.
Dopo, però, quando tutti erano a dormire e solo l'umana, sveglia, controllava che io cuocessi bene il pane, ho visto come una nostalgia nei suoi occhi, illuminati dalla luce di un lampione che riusciva a intrufolarsi tra le tende.
Ho avuto il sospetto che il mio lavoro a pieno ritmo non serva tanto a placare una voglia di cose buone. Ho avuto il sospetto che sia una voglia di nonni, di cucinare e custodire segreti insieme a loro.
E.O.
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